Il 25 aprile nel racconto di nonna Peppina.

Agata e Graziella andarono a scuola e vennero inquadrate nel movimento nazionale balilla, in quegli anni la prima radio faceva il suo ingresso a casa nostra. Mia sorella Grazia “’Razziedda” conobbe suo marito e andò via in America anche se purtroppo qualche tempo dopo seppimo della sua morte. In quel momento tutti scoppiamo in lacrime, un altro pezzo della nostra vita era andato via. Ma ancora non sapevamo che un’altra furia devastatrice avrebbe portato via questi momenti, e stavolta il pericolo non veniva dall’Etna ma proprio da Roma, stava infatti per infuriare la Seconda Guerra Mondiale. Come una storia che si ripeteva, durante i bombardamenti aerei e nel mezzo dell’invasione nazifascista, fummo costretti a ritornare a Sant’Antonino dove ci nascondemmo in un vecchio casolare, fino a quando non sbarcarono gli Americani e popolarono la nostra Mascali un tempo distrutta, ora ricostruita, la nostra casa era ormai un ufficio militare Americano. Seguivamo dalla radio e dai giornali come andava avanti la guerra, finché, un giorno, mentre eravamo dal nostro dottore, tutti scesero in piazza perché la radio annunciava, l’Italia è libera! Era il 25 Aprile del 1945.

Storia della famiglia Strano, racconto trascritto.

Noi Caruso eravamo umili abitanti della Mascali prima della eruzione lavica del 1928. Avevamo
una piccola casa situata vicino alla chiesetta di Santa Maria degli Angeli, dove ogni Domenica nostra
madre Agata “Iaitina” e nostro padre Domenico “Minicu” ci portavano a seguire la messa. Io
(Giuseppa, “Pippina”) e i miei fratelli Caterina “Catarina”, Grazia “’Razziedda” e Leonardo “Liu”,
vivevamo con i nostri genitori e li aiutavamo nelle loro faccende quotidiane, di solito Liu andava
con nostro padre in campagna mentre noi donne, aiutavamo la mamma nelle sue faccende quotidiane
e puntualmente ogni mercoledì correvamo dritte dritte con il nostro fagotto che conteneva ago,
filo e un pezzetto di stoffa dalla vicina sarta “a custurera” che ci insegnava a cucire, ricamare e
rammendare qualsiasi tipo di indumento.


Non eravamo una famiglia ricca e nostro padre non poteva permettersi di mandarci a scuola, ma
nonostante questo, noi imparammo comunque a leggere e a scrivere fra le vie di un paese che un
tempo, la Contea di Mascali, aveva dato grande lustro a tutto il Mediterraneo.
La Mascali di allora era abitata perlopiù da gente semplice, contadini che si guadagnavano da vivere
lavorando le terre e particolarmente, coltivando gli agrumi, producendo vino e olio che poi, una volta
portati a Riposto venivano commerciati in tutto il Mediterraneo attraverso delle grosse navi che
attraccavano nel fiorente porto.


Il nostro quotidiano vivere era protetto da un imponente vulcano: L’Etna, che ormai era una nostra
amica di avventura, anche se mai ci saremmo aspettati quello che nel novembre del 1928 accadde.
Era infatti la sera del 5 novembre di quell’anno, tutti e tre i fratelli eravamo andati a letto ben contenti
che l’indomani ci sarebbe stata la festa del Santo patrono San Leonardo, quindi di buon ora
dovevamo svegliarci per assistere alla santa messa, quando mamma Concetta ci sveglio:
Razziedda, Pippina, Liu, spicciativi, a muntagna scassau, arricugghitivi i cosi e iemunninni a
Sant’Antuninu.


Noi impauriti e in silenzio raccogliemmo i ricordi di una vita, sistemammo quelle poche cose in un
baule e subito andammo in una piccola campagna che avevamo nei pressi di Sant’Antonino dove lì
avremmo potuto abitare per qualche tempo in un piccolo rudere, almeno fino a quando le cose non
si sarebbero sistemate.


In quelle ore, sentivamo nostra madre disperarsi << Minicu, stamu piddennu tutti cosi, comu facemu ora? >>, e nostro padre la rincuorava cercando di fargli capire che tutto si sarebbe risolto.
Nel frattempo non riuscendo più a fare nulla tutti i fedeli portarono San Leonardo davanti al fronte
lavico cercando di chiedere la sua intercessione affinché riuscisse a fermare la furia devastatrice
dell’Etna. Ma nulla e nessuno ci riuscì e infatti giorno 7 novembre, un giorno che non potrò mai
dimenticare, quel paese che per tutta la nostra vita era stato felice compagno di giochi e di avventure
era per sempre sepolto.


Nel 1928 non si erano ancora diffuse le televisioni e il nostro unico strumento per tenerci in comunicazione
con tutta la nazione era il giornale, grazie ad esso infatti qualche tempo prima riuscimmo
a seguire con trepidazione la marcia su Roma, noi non capivamo molte cose, ma era chiaro che ormai
Mussolini aveva avuto l’avvento al potere e governava tutti gli italiani seguendo i rigorosi punti
del Partito Nazionale Fascista.
Dopo qualche mese dalla distruzione di Mascali arrivò la notizia che Mussolini avrebbe ricostruito
il paese, e tutti noi eravamo contenti di quello che avevamo sentito perché finalmente potevamo
avere una casa tutta nostra. Nel 1930 conobbi mio marito Sebastiano da cui nacque la mia prima figlia
Graziella, per lei speravo di poter contare in un futuro diverso dal mio.

Mascali nel frattempo veniva pian piano ricostruita, si incominciava ad intravedere la prima chiesa,
il nuovo municipio, le prime case e, infatti, qualche tempo dopo ci arrivò la notizia che ci era stata
assegnata una casa dove tutti potevamo andare a vivere. Fummo ben contenti di vedere una grossa
casa, con tante stanze e sotto la casa, il frantoio dove addirittura potevamo macinare le olive per
produrre l’olio.


Nel frattempo nacque anche la mia secondogenita Agata e insieme a Sebastiano e Graziella andammo
a vivere in un’altra casa, proprio sotto la chiesa, in Piazza Dante, dove lì successivamente
aprimmo una piccola bottega.
Agata e Graziella andarono a scuola e vennero inquadrate nel movimento nazionale balilla mentre
la prima radio faceva il suo ingresso a casa nostra.


Mia sorella Grazia “’Razziedda” conobbe suo marito e andò via in America anche se purtroppo
qualche tempo dopo seppimo della sua morte. In quel momento tutti scoppiamo in lacrime, un altro
pezzo della nostra vita era andato via.
Ma ancora non sapevamo che un’altra furia devastatrice avrebbe portato via questi momenti, e stavolta
il pericolo non veniva dall’Etna ma proprio da Roma, stava infatti per infuriare la Seconda
Guerra Mondiale.


Come una storia che si ripeteva, durante i bombardamenti aerei e nel mezzo dell’invasione nazifascista,
fummo costretti a ritornare a Sant’Antonino dove ci nascondemmo in un vecchio casolare,
fino a quando non sbarcarono gli Americani e popolarono la nostra Mascali un tempo distrutta, ora
ricostruita, la nostra casa era ormai un ufficio militare Americano.
Seguivamo dalla radio e dai giornali come andava avanti la guerra, finché mentre un giorno eravamo
dal nostro dottore, tutti scesero in piazza perché la radio annunciava, l’Italia è libera! Era il 25
Aprile del 1945.