Dropshipping: inquadramento, definizione e spunti di riflessione

Il dropshipping è un sistema di vendita di matrice statunitense che si è diffuso nella pratica commerciale degli ultimi anni, specialmente nell’era dell’e-commerce. Ad oggi in Italia non vi è una specifica disciplina né tantomeno è presente in letteratura giuridica alcun riferimento che lo illustri.

Nel dropshipping il rivenditore o marketer invia l’ordine di acquisto del prodotto del cliente al grossista, distributore o produttore definito come dropshipper il quale provvede ad evaderlo direttamente dal proprio magazzino (T. Randall, S. Netessine, R. Nills, An Empirical Examination of the Decision to Invest in Fulfillment Capabilities: A Study of Internet Retailers, 2005; F. Haskel, L. Mulolli, The Role of Drop Shipping in E-Commerce. A Case Study of a Swedish IT & Consumer Electronics E-Trialer, University of Gothenburg, 2017). La vendita viene, quindi, effettuata dal marketer, che opera attraverso il proprio sito e-commerce e mediante il quale raccoglie l’ordine del cliente, provvede a incassare il corrispettivo della vendita trasmettendolo al dropshipper ed emettendo la fattura. Su ogni acquisto effettuato, il marketer tratterrà una determinata quota che rappresenta il proprio profitto. Fra il marketer e il dropshipper si instaura così un rapporto di collaborazione commerciale in cui vengono specificati i termini legati al trattamento degli ordini e le commissioni da applicare.

Fig. 1 – schema riassuntivo del dropshipping

In sintesi, il marketer (il quale generalmente possiede il sito di e-commerce) effettua la vendita, senza tuttavia avere la disponibilità materiale della merce nel magazzino. Egli, una volta ricevuto l’ordine di acquisto, lo trasmette al dropshipper che prepara e trasferisce il bene all’acquirente (F. J. Sanchez Vellve, S. L. Milla Burgos, «Dropshipping in E-commerce: the Spanish case», in Esic Market Economics and Business Journal, 2018). Il marketer quindi, non deve gestire il magazzino nè occuparsi delle spese di trasporto, ma ha il compito di creare il proprio sito internet, attuare una buona campagna per pubblicizzarlo e ricercare dropshipper affidabili, sebbene non possa avere il completo controllo sul processo di vendita.

Si rileva che già in passato questo modello di vendita era utilizzato nel commercio di beni di rilevanti dimensioni o preziosi, per cui si attestava la necessità di magazzini molto grandi o con particolari caratteristiche (S. Netessine, R. Nills, «Supply Chain Structures on the Internet: Marketing – Operations Coordination under drop-shipping», in  Workink Paper of Whatron School of University of Pennsylvania, 2001; F. Haskel, L. Mulolli, The Role of Drop Shipping in E-Commerce. A Case Study of a Swedish IT & Consumer Electronics E-Trialer, University of Gothenburg, 2017).

Alcuni studiosi hanno evidenziato degli svantaggi sia per l’acquirente che potrebbe vedersi concludere la disponibilità del prodotto presso il fornitore con conseguente dilatazione dei tempi di consegna, sia per lo stesso dropshipper in caso di acquisto frazionato. Infatti non è da escludere che uno stesso cliente utilizzi più siti e-commerce per effettuare l’acquisto di beni nella disponibilità di uno stesso dropshipper, il che produce inevitabilmente un aumento dei costi di trasporto. (T. Randall e altri, «Should you take the virtual fulfillment path?» in Supply Chain Management Review, 2002; F. Haskel, L. Mulolli, The Role of Drop Shipping in E-Commerce. A Case Study of a Swedish IT & Consumer Electronics E-Trialer, University of Gothenburg, 2017).

Inoltre, non pare ben chiara l’attribuzione delle responsabilità in ordine ai vizi sulla cosa. Invero, anche se compete al dropshipper garantire la qualità del prodotto (sul punto si veda un caso simile trattato dal Tribunale di Trento, sez. penale con sentenza del 5 maggio 2012 in cui è stato rilevato che chi attraverso un sito e-commerce pone in vendita un bene senza poi effettuare la consegna o con caratteristiche diverse rispetto a quelle prospettate, risponde non solo civilmente, ma anche penalmente per il reato di truffa ex art. 640 c.p.), il marketer ha comunque il compito di selezionare fornitori affidabili e trasparenti, in quanto il proprio sito internet rappresenta una vetrina di acquisto per il cliente influenzandone le scelte

Sul punto, nel caso L’Oreal vs eBay del 12 luglio 2011, la Corte di Giustizia dell’Unione europea ha ritenuto responsabile il noto sito di e-commerce in quanto attraverso specifici applicativi rimandava i clienti su fornitori che commerciavano marchi e prodotti contraffatti. La stessa Corte di Giustizia dell’Unione Europea nella causa C-454/10 del 17 novembre 2011 ha affermato che «va considerato debitore dell’obbligazione doganale sorta per effetto dell’introduzione irregolare di merci nel territorio doganale dell’Unione europea colui che, pur senza concorrere direttamente all’introduzione, vi abbia partecipato come intermediario ai fini della conclusione di contratti di compravendita relativi alle merci medesime, qualora sapesse o dovesse secondo ragione sapere che tale introduzione sarebbe stata irregolare, circostanza che spetta al giudice del rinvio acclarare».

Dal punto di vista fiscale al dropshipping si applicano le regole previste per l’e-commerce, realizzandosi un rapporto triangolare tra cliente, marketer e dropshipper. Infatti, nel rispetto del principio di neutralità dell’Iva per gli operatori economici, il dropshipper provvederà ad emettere fattura al marketer, che a sua volta emetterà fattura al cliente finale (sul punto si veda la guida pubblicata dalla Camera di Commercio di Torino sul regime fiscale dell’e-commerce e del Dropshipping in particolare).

Stante l’assenza di una specifica disciplina che dia una veste giuridica al modello di vendita analizzato, si ritiene applicabile l’insieme di standard minimi di garanzie definite dalla Direttiva (CE) n. 31 del 2000 sul Commercio elettronico che in Italia è stata recepita con il Decreto Legislativo n. 70 del 2003 (sul punto si osservi l’orientamento seguito da diverse Camere di Commercio in Italia, in particolare quella di Torino).


E’ interessante osservare l’analisi condotta dal giornalista Biagio Simonetta sul Sole 24 Ore nell’articolo “Non solo ecommerce: ecco i business digitali che verranno” del 30 aprile 2021, in cui si pone l’accento sui nuovi modelli commerciali che stanno trovando largo impiego nell’economia digitale degli ultimi anni e che inevitabilmente saranno largamente destinati a trovare impiego negli anni avvenire.

Intelligenza Artificiale nella Pubblica Amministrazione. Spunti di riflessione

L’impiego dell’IA nella vita sociale, lungi dall’essere considerato frutto di una moda è il risultato dei processi di informatizzazione della realtà sociale che si sono avuti con l’inizio del XXI secolo e che ha condotto al miglioramento della qualità dei dati, all’interconnessione delle informazioni custoditi nei big data e allo sviluppo dei sistemi di elaborazione (AA.VV., #Artificialintelligence, in rivista Millionaire, n. 4, 2021, p. 71).

Questo processo ha investito anche l’amministrazione pubblica e finanziaria con il percorso di digitalizzazione iniziato a partire dalle direttive della Commissione europea del 2003 che hanno condotto all’adozione del Codice dell’Amministrazione Digitale il quale ha permesso di ripensare l’attività amministrativa in chiave di e-governement (MARTINEZ F., «La digitalizzazione della pubblica amministrazione», in rivista di diritto dei media medialaws, 2018).

“Le pubbliche amministrazioni nell’organizzare autonomamente la propria attività utilizzano le tecnologie dell’informazione e della comunicazione per la realizzazione degli obiettivi di efficienza, efficacia, economicità, imparzialità, trasparenza, semplificazione e partecipazione nel rispetto dei principi di uguaglianza e di non discriminazione, nonché per l’effettivo riconoscimento dei diritti dei cittadini e delle imprese di cui al presente Codice in conformità agli obiettivi indicati nel Piano triennale per l’informatica nella pubblica amministrazione”.

Codice dell’Amministrazione Digitale

Il cammino che si è percorso nell’obiettivo di ripensare all’amministrazione in chiave digitale non è stato scevro da difficoltà. Invero, sono stati determinanti alcuni fattori come la mancanza di formazione nei pubblici funzionari ancora ripercossa dal dominio del fascicolo, dell’archivio cartaceo e del formalismo, la molteplicità dei sistemi informativi presenti nei vari livelli amministrativi gravati dalla mancanza di interconnessione, la difficoltà nel rivedere gli standard di sicurezza dei dati archiviati in server sovente ubicati all’esterno dell’amministrazione (sul punto si veda: MARTINEZ F., «La digitalizzazione della pubblica amministrazione» in rivista di diritto dei media medialaws, 2018; PISTELLA F. «Relazione alla commissione parlamentare di inchiesta sul livello di digitalizzazione e innovazione delle pubbliche amministrazioni e sugli investimenti complessivi riguardanti il settore delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione» in Atti della Camera dei Deputati, 2017).

Traghettare il percorso già imboccato della digitalizzazione all’era della IA significherebbe concepire una Amministrazione 3.0 attenta alle istanze degli utenti e celere negli snodi che definiscono i tempi procedurali. Tuttavia, questo passaggio pone degli interrogativi legati alla trasparenza nei processi che definiscono le decisioni, ma anche alla responsabilità e al ruolo svolto dall’uomo nell’interazione con la macchina.

Nel Libro Bianco sull’Intelligenza Artificiale al servizio del cittadino del 2018 prodotto dalla Task Force sull’IA dell’Agenzia sull’Italia Digitale e dal Dipartimento della funzione pubblica, viene posto l’accento su alcune sfide principali, precisamente:

  • Garantire la qualità e la neutralità dei dati, definire i contorni in cui si esprime la responsabilità di chi crea l’algoritmo posto alla base del meccanismo di IA e contemperare il diritto alla trasparenza con il rispetto della privacy. Bisogna creare delle logiche che siano esenti da bias (errori) che possano riverberarsi nelle valutazioni che l’IA compie e che potrebbero portare a diseguaglianze.
  • Costruire degli algoritmi efficaci che possano adattarsi alla realtà amministrativa, considerando la mutevolezza dell’ambiente e la varietà degli snodi su cui si svolge in concreto l’esercizio dell’attività della amministrazione pubblica e finanziaria.
  • Formare i cittadini e gli operatori della pubblica amministrazione ad un uso consapevole degli strumenti di IT, aggiornare i sistemi presenti nella p.a. e diminuire il digital divide mediante dei seri interventi infrastrutturali.
  • Analizzare l’impatto della tecnologia nell’amministrazione pubblica e finanziaria, effettuando una completa analisi qualitativa e quantitativa sulle risorse da impiegare e i risultati ottenibili.

Nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza viene prospettato l’impiego dell’IA in alcuni nodi strategici dell’economia, in particolare nei trasporti, nell’impresa, nella scuola, nel business e nella p.a. In questo caso il ruolo dell’IA. viene valutato nella sua dimensione applicativa, capace di semplificare e di migliorare l’analisi dei dati ai fini del celere ed efficace raggiungimento degli obiettivi che vi sono stabiliti.

Il ruolo dell’IA nella p.a. emerge anche dal Programma strategico Intelligenza Artificiale (IA) 2022 – 2024 elaborato dal Ministero dell’Università e della Ricerca, dal Ministero dello Sviluppo Economico e dal Ministro per l’innovazione tecnologica e la transizione digitale con il supporto del gruppo di lavoro sulla Strategia Nazionale per l’Intelligenza Artificiale.

In questo programma emergono ventiquattro politiche che devono essere attenzionate mediante il potenziamento di competenze, la ricerca, l’adozione e l’elaborazione di programmi di sviluppo, al fine di fare dell’Italia un centro sull’IA che sia competitivo a livello globale. Per realizzare questi obiettivi è necessario rafforzare la ricerca e incentivare il trasferimento tecnologico mediante un sistema mirato di investimenti nazionale ed euroei.

“L’uso e l’impatto dell’IA nel settore pubblico deriveranno da un approccio duale, seguendo la logica del “govern IA and govern with IA”. Da un lato, il governo si è impegnato a governare l’IA per attenuarne i potenziali rischi, con particolare riferimento alla salvaguardia dei diritti umani e a un’IA che rispetti i principi etici fondanti della Repubblica. D’altra parte, il governo migliorerà i propri processi interni e le politiche grazie ad un uso responsabile dei dati e della tecnologia IA”.

Programma strategico Intelligenza Artificiale (IA), 2022 – 2024

In ultimo, l’idea dell’applicazione dei meccanismi di IA nel mondo del processo ha condotto all’elaborazione di alcuni progetti tesi ad un modello di giustizia che permetta di addivenire al probabile esito di una sentenza mediante la logica algoritmica. Nel caso di specie, sfruttando la mole di informazioni contenuta negli archivi e nei centri di documentazione si potrebbe addivenire ad una certa “prevedibilità della sentenza” che consentirebbe di deflettere il carico delle corti, permettendo alle parti di ottenere le probabilità di successo o soccombenza in una lite (RUNDO F., DI STALLO A. L., «Giustizia predittiva: algoritmi e deep Learning», in rivista Technology, 2020).

Frontex e la tutela dei diritti umani in mare

Il quesito centrale su cui ruota il presente contributo, riguarda il modo con cui l’Agenzia Europea di Guardia Costiera e Frontiera (altrimenti nota come Frontex) si atteggia innanzi ai diritti umani durante il compimento delle attività che le sono assegnate. Infatti, ad essa, sono attribuiti dei compiti di indubbio rilievo sia in materia di sicurezza ai confini esterni all’area Schengen (che realizza mediante delle operazioni di controllo e di pattugliamento) sia nel quadro della ‘politica comune’ in materia di immigrazione prevista nei trattati istitutivi della Unione europea.

Per risolvere il quesito e di fronte alla molteplicità casistica con cui si esplica l’attività di Frontex, ci si sofferma innanzitutto sul coinvolgimento dell’Agenzia nelle attività di SAR disciplinate dalla Convenzione di Amburgo, in cui essa svolge un ruolo preminente, si analizzano i profili problematici legati agli hotspot e alla responsabilità dell’Agenzia e degli operatori Frontex.

Il contributo è stato pubblicato dalla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Catania nei Fogli di Lavoro di Diritto Internazionale

L’avvento della tecnologia nelle aule giudiziarie: può il destino della giustizia essere affidato ad un algoritmo?

Il contributo suole fornire una panoramica circa l’introduzione dei sistemi di Intelligenza Artificiale (da qui in poi A.I.) nell’ambito della giustizia. In particolare, partendo da alcune riflessioni etiche, si arriva ad un’analisi giurisprudenziale e casistica che concerne la responsabilità e le modalità applicative della logica dell’A.I. spingendo il lettore ad interrogarsi sulla possibile introduzioni di questi sistemi nei processi decisionali del giudice. Invero, un nutrito spazio di riflessione è riservato alla Carta etica europea
sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale nei sistemi giudiziari e negli ambiti connessi
con cui la Commissione europea ha tentato di fornire alcune guide line sulle modalità applicative dell’A.I. alla giustizia, partendo dal presupposto che l’utilizzo di tali strumenti e servizi nei sistemi giudiziari è finalizzato a migliorare l’efficienza e la qualità della giustizia, e dovrebbe essere incoraggiato.

La valutazione della prova mediante l’applicazione del teorema di Bayes

Il matematico britannico Thomas Bayes dalla sintesi del teorema della probabilità composta e del teorema della probabilità assoluta, ha elaborato il teorema della probabilità delle cause, mediante il quale è possibile calcolare con quale probabilità una causa ha fatto scaturire un dato evento. Il contributo analizza la sentenza del G.I.P. del Tribunale di Milano del 18 giugno 2015 in merito alla valutazione della prova mediante l’applicazione dei modelli statistici, nel caso di specie, il teorema di Bayes.